Joyce e l'arte - Abstract interventi

Non serviam. Tirannia del linguaggio e libertà degli stili

Giovanni Bottiroli, ALIPSI

Che cosa tiene insieme i racconti dell’intelligenza (Poe) e la lingua dei legami (Joyce)? Semplicemente, la letteratura. Appartenere alla letteratura significa entrare nella dimensione del linguaggio diviso.

Le convergenze tra linguaggio diviso e soggetto diviso dovrebbero apparire plausibili. Ma come esplorarle? Quest’indagine va delineata a partire dal primato della possibilità (Heidegger), dal primato delle articolazioni (Saussure) e dalla complessità del simbolico (Lacan). Le possibilità ‘maggiori’ del linguaggio sono le possibilità che scindono il linguaggio (e dunque il registro del simbolico): sono i regimi di senso, o stili di pensiero.

Lo stile ‘congiuntivo’ dell’ultimo Joyce (Finnegans Wake) sembra smentire la vocazione articolatoria e scissionale della letteratura. In realtà la conferma, in quello che senza dubbio è un esperimento estremo: rasentare una lingua che rischia di collassare, di incollarsi a se stessa, o di sciogliersi nell’informe; costruire una lingua della densità semantica; una lingua fluida, perennemente in fuga dalla rigidità delle articolazioni.

Di una scrittura infinita : Kerouac en-Joyce the road

Florence Briolais / Michel Mesclier, APJL

Durante i suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti, Jack Kerouac non smise di scrivere, riempiendo numerosi quaderni con una prosa spontanea al ritmo rovesciato del Be-Bop. Questa scrittura dell’erranza rinnovò il romanzo americano sotto il titolo On the road, opera che diceva essere dettata dallo «Spirito Santo» .
Kerouac fu uno scrittore permanente, che mitragliava senza sosta sulla sua cara Underwood al punto che potremmo dire che rispondesse ad una scrittura imposta.
Questa dipendenza dalla lettera, come i suoi frequenti accenni all’Ulysse e a Finnegans Wake, interrogano il suo lettore. Poiché James Joyce fu, più che una fonte d’ispirazione, l’outsider in cui Kerouac si riconosceva.
Potrebbe essere forse tramite un’analogia di struttura il fatto di un annodamento soggettivo intaccato da un lapsus? Annodamento simile a quello che Lacan problematizza in Joyce: un immaginario non annodato all’articolazione Simbolico-Reale.
Nel solco di questa ipotesi, resterà da dimostrare: perché due modalità di supplenza - una che passa dalla trance del jazz, l’altra dalla scrittura infinita, non poterono distogliere Jack Kerouac dal suo lento suicidio da alcolista?

A monte del sogno

Pierre Bruno, APJL

Freud, nella Traumdeutung, parte dal sogno come contenuto manifesto, o piuttosto come racconto, da parte del sognatore, di questo contenuto. Questo racconto, afferma, ha un senso, e nella misura in cui questo senso non è immediatamente leggibile, si tratta d’interpretare il sogno per scoprirne il senso. Dato questo, la particolarità più importante di questa interpretazione non è quella di “tradurre” il contenuto manifesto in una lingua comprensibile a tutti - ammesso che sia il contenuto latente iniziale al quale la censura avrebbe fatto subire una deformazione - ma di estrarre quella che è la funzione del sogno, ovvero la realizzazione di un desiderio, di cui si suppone che solamente il sogno sia capace di formarla e di portarla a compimento. A questo proposito, l’opera di Joyce, così come la realizza in Finnegans Wake, libro che, anche se portato a termine resta un lavoro “in progress”, a ritroso della scoperta freudiana, è la costruzione di un sogno. Questo sogno, che d’altronde egli intitola “risveglio”, non è da interpretare. È da prendersi come un processo di passaggio all’inconscio, come la testimonianza di una macchina letteraria adatta a produrre l’inconscio. Partendo da cosa? Partendo da ciò che si può ipotizzare essere un godimento articolabile unicamente tramite questo stesso passaggio. Allora quali conseguenze ne derivano, per la psicoanalisi, da quest’opera senza uguali? Si tratta di un falso sogno, o di una combinazione metonimica senza fine, dove è possibile scoprire la metafora che sarebbe il segno della sua autenticità?

Sintomo, sinthomo e clinamen: la questione del determinismo nella psicoanalisi

Silvia Lippi, EA

La filosofia di Lucrezio ci servirà come punto di partenza per analizzare il sintomo, elemento turbolento e ribelle nell’esistenza del soggetto. Il sintomo —allo stesso tempo necessità e contingenza, ripetizione e novità, destino e traccia— scompiglia tutto ciò che è ben determinato, apre la pista a soluzioni inattese, che la tecnica psicanalitica permette di mettere in valore e di sfruttare. È proprio questa maniera di trattare “ciò che non va” nel soggetto che ha dato alla tecnica psicoanalitica la sua particolarità.

Parole imposte

Bibiana Morales, APJL

Il concetto di “parole imposte” è preso da Lacan come prodotto dell’insegnamento di una delle presentazioni di pazienti che avevano luogo all’ospedale Saint Anne il venerdì. Il caso particolare del sig. Gérard è stato presentato venerdì 13 febbraio 1976. Martedì 17 febbraio aveva luogo il seminario su Joyce. Lacan, all’interno del seminario, ha ripreso la presentazione di pazienti a proposito del sinthomo “parole imposte”. A questo proposito Lacan ha posto una questione importante: “Come mai non sentiamo tutti quanti che delle parole delle quali dipendiamo ci sono imposte, in qualche modo?” Il caso di Gérard, che inizia con un rapporto con la parola sempre più imposto, vira verso la telepatia. Questo permette a Lacan di parlare del rapporto con la parola in Joyce - un rapporto sempre più imposto - e del rapporto del suo sintomo con la telepatia di sua figlia Lucia, come fosse il seguito od il prolungamento delle “parole imposte”. Il rapporto che Lacan stabilisce, tra la presentazione di pazienti ed il seminario su Joyce, ci mostra bene il modo in cui Lacan si lascia insegnare dal soggetto. Il concetto di “parole imposte” è preso come un sapere portato dal soggetto e Lacan raccoglie questo sapere introducendo un nuovo concetto nella sua teoria. Non è Lacan in posizione d’insegnante, ma il soggetto stesso.

Joyce glossografo

Gérard Pommier, EA,

Nell’ambito mistico, i momenti estatici di relazione con Dio si esprimono attraverso una forma specifica di linguaggio: la glossolalia (il “parlare in lingue” evocato da San Paolo). Dal XIX° secolo la glossolalia è stata anche classificata dalla psicopatologia come una manifestazione psicotica. Infine, nell’ambito della scrittura, la glossografia è apparsa recentemente, in special modo nella scrittura di James Joyce. Questi precedenti storici chiariscono probabilmente la funzione di annodamento della scrittura per lo scrittore dublinese.

Joyce e l'arte supplenza, sublimazione, sinthomo