Tra immunità e comunità

Recensione di Giovanni Mierolo a «Dieci pensieri sulla politica» di Roberto Esposito

Per cominciare, Esposito si sofferma sul fatto che, all’inizio della comunità, vi sia una violenza omicida; Caino e Abele, Romolo e Remo, Eteocle e Polinice ne sono l’esempio. Ma questi omicidi non sono omicidi qualsiasi: il sangue che cementa le mura delle città è sangue di famiglia, è sangue fraterno. Questa comunanza di sangue mostra come la violenza originaria, la violenza che minaccia la comunità, sia una minaccia che non proviene dall’esterno, ma dall’interno. La violenza si scatena proprio perché mette a confronto i fratelli. Esposito riprende René Girard per mettere in evidenza che gli esseri umani si combattono a morte non perché troppo diversi – come tendiamo ingenuamente a credere – ma perché troppo simili come sono appunto i fratelli. Dunque si uccidono reciprocamente non per eccesso, ma per difetto di differenza. Quando l’uguaglianza è troppa, quando arriva a toccare l’ordine del desiderio, concentrandolo sul medesimo oggetto, allora sfocia inevitabilmente nella violenza reciproca.
È il tema del desiderio mimetico di Girard. La violenza, alla sua origine, sarebbe scatenata dal fatto che gli uomini guardano nella stessa direzione, desiderano tutti la medesima cosa. Chi ha qualche frequentazione delle opere di Lacan ricorda il passo che Lacan riprende da sant’Agostino, in cui parla del bambino che osserva con uno sguardo torvo il fratello di latte, che gode del seno materno. La rivalità mortale attecchisce proprio in concomitanza della presenza dell’oggetto desiderato dall’Altro.
In un passo del Seminario I, Lacan, dopo l’esempio di sant’Agostino, parla del “gesto di Caino”. Del gesto originario che anche Girard prende in considerazione. Siamo in un giardino di campagna e Lacan osserva il comportamento di una bambina, in una età in cui a malapena si regge sulle gambe. “Non è particolarmente feroce – dice Lacan – però non impiega molto a prendere una grossa pietra, per darla sulla testa di un suo compagno di giochi, attorno al quale stava costruendo le sue prime identificazioni.” Lo fa senza neanche tanti problemi: “Io rompere la testa a Francesco”. Ecco il gesto di Caino. “Non le prometto, per questo, un avvenire criminale – aggiunge Lacan – manifestava soltanto la struttura più fondamentale dell’essere umano sul piano immaginario: distruggere chi è la sede dell’alienazione.”
Quindi non è in gioco semplicemente l’oggetto, l’oggetto conteso, che trascina i due contendenti nella spirale della violenza. È in gioco l’esistenza soggettiva, che dobbiamo costitutivamente all’Altro. È in gioco una vita che ci viene consegnata dall’Altro perché grazie all’Altro ci costituiamo come soggetti. Questo assoggettamento, questa mortificazione simbolica, impone una differenziazione. Un soggetto può esprimersi solo in quanto differenza assoluta dall’Altro. Per questo Esposito dice che non è la differenza, ma l’assenza di differenze, a farci rischiare il massacro. Il desiderio separa, non può fare uno.
“A spaventare gli uomini”, sostiene Esposito, “e perciò a farli scontrare in una lotta a morte per la sopravvivenza, o per la prevalenza, è la mancanza di limiti che li mette a contatto diretto con altri troppo simili, per non doversi, prima o poi, colpire a vicenda per affermarsi.” Pertanto, secondo Esposito, ritroviamo da una parte la communitas, caratterizzata dalla libera circolazione del munus, del dono, che costituisce l’apertura all’Altro, la possibilità del contatto con l’Altro, con tutti i rischi che il contatto comporta: indifferenziazione, contagio, violenza. In questa comunità nuda, spogliata di ogni forma, in cui non esiste un confine preciso tra l’uno e l’altro, la violenza può dilagare. E troviamo anche, su un altro bordo, sull’altro versante della comunità, un ricorso ai dispositivi immunitari, all’immunitas, che disattiva il munus, il contatto con l’altro, provando a limitare il rischio di contagio che porta con sé (…).
Effettivamente, rispetto alla comunità delle origini, senza legge e senza frontiere, la soluzione immunitaria sembrerebbe in grado di salvarla dal caos e dalla distruzione. Esposito ha messo molto bene in luce quali sono le conseguenze del rimedio cercato. Il sistema immunitario che dovrebbe salvaguardare il corpo individuale e collettivo, se è attivato oltre un certo limite, finisce per distruggerli. Le riflessioni di Foucault sulla biopolitica, riprese e integrate da Esposito in molti scritti e soprattutto nel libro Immunitas, hanno messo in evidenza come il paradigma immunitario, che ha caratterizzato i nostri anni più recenti, nato per proteggere la vita, allo stesso tempo ne autorizzi la distruzione. Basti pensare al nazismo che è arrivato a pensare a una distinzione tra vite degne e vite indegne di essere vissute. A vite da sopprimere perché potenzialmente portatrici di contagio e minaccia per le altre vite.
Senza un sistema immunitario, afferma Esposito, una comunità, così come un singolo corpo non potrebbe sopravvivere. Quindi dobbiamo provare a pensare a una immunità che non sia in contrasto con la comunità. Dobbiamo provare a pensare a questi due princìpi, l’immunitas (che rinvia alla separazione e alla differenza) e la communitas (che rinvia alla identità e all’unità), come due princìpi non escludenti. Che non si escludono reciprocamente. Questo ci aiuta a pensare a un’identità che non si contrappone, ma è in stretto rapporto con la differenza. Nel rispetto di questo rapporto la comunità non avrà un’identità da difendere perché sarà in grado di rinunciare a una rappresentazione compiuta di sé. In questo senso sarà inappropriabile, non sarà la comunità di qualcuno. E sarà sempre incompiuta, perché non potremo dire cos’è una volta per tutte, perché sarà ogni volta l’esito di questo rapporto.